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La Chimica:

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Sergio Palazzi

Sergio Palazzi

Uno spettro s’aggira nei nostri laboratori: lo spettro del relazionismo.

Se chiediamo ad uno studente di scrivere una relazione di laboratorio, il più delle volte otterremo un prodotto abbastanza stereotipato e prevedibile, nella struttura e forse più ancora nello stile letterario. Dev’esserci da qualche parte la Grande Madre, o l’Idea Platonica della relazione di laboratorio, che fa sentire il suo influsso malefico ad ogni livello scolastico; io stesso, se vado a rivedere i miei vecchi quaderni di studente, vedo che a lungo ne sono stato vittima.

Solo ripensandoci nel corso degli anni ho capito quanto sia deleterio questo tipo di esercizi, anche dal lato educativo, se lo scopo è farti capire cosa hai fatto e che riflessini puoi trarne.
La relazione deve diventare uno strumento di comunicazione interpersonale immediato, diretto, non artificioso. E, soprattutto, cercare di confrontarsi con gli stili di comunicazione che esistono al di fuori della scuola: in particolare, fuori della scuola italiana.
Quand’ero in Montedison, giovane ricercatore convinto di saper scrivere bene, ricordo le “ripassate” che ci dava un anziano consulente – per nulla politically correct – incaricato di rileggere e correggere le nostre relazioni e i nostri progetti di ricerca, da cui eliminava a colpi d’accetta tutti i discorsi indefiniti, tutto ciò da cui non si capiva quale fosse il reale stato di avanzamento di un lavoro o le ragionevoli prospettive di sviluppo. Diciamo, almeno metà degli avverbi.
Lo stile che ne veniva fuori, e soprattutto l’aderenza alla realtà, era quella che si deve ritrovare in una pubblicazione scientifica o in un brevetto, quella che poi ho visto insegnare da molti libri di testo concepiti per il mercato anglosassone, così diversi da quelli nostrani. Ma su questi aspetti torneremo nella seconda parte.

relazione vintagePreparando questo mio primo articolo per Chimicare, ho cercato di riprendere diversi punti che, in varie sedi, avevo pubblicato ad uso dei miei studenti, rivedendoli in un’ottica un po’ più generale ed incrociandoli con quanto m’è capitato di scrivere su pubblicazioni divulgative: se qualche lettore si accorgesse di aver letto qua e là qualche brano simile, spero mi perdoni.

Allora, partiamo dall’etimologia.  Relatus è il participio passato del verbo referre, il nostro riferire.  Contiene la radice di res, cosa, e insieme l’idea di ripartire daccapo.
Stiamo parlando di ciò che abbiamo visto e fatto, e lo dobbiamo comunicare ad un altro, che potrebbe anche non saperne niente e vuole scoprire da noi tutto quel che gli interessa, perdendoci il meno tempo possibile. In una azienda ci ripagherà del lavoro con lo stipendio, e in un classe con il voto.

Dobbiamo comunicare qualche cosa, quindi dobbiamo partire dal cosa, cioè dai contenuti.  Se chiacchieriamo con qualcuno/a perché ci piace ascoltare il suono della sua voce mentre lo/la guardiamo negli occhi, il contenuto può essere meno importante dell’essere lì a comunicare: ma la cosa ha ugualmente un senso, proprio perché in realtà ci stiamo comunicando qualcosa di diverso da quel che diciamo con le parole.
Una relazione di laboratorio, così come un articolo di cronaca su un giornale, o una insegna stradale, deve invece trasportare tutto il contenuto di informazioni, in maniera tale che chi la legge non abbia eccessivo bisogno di usare la propria fantasia per cogliere tutti i significati importanti.

soluzione blu in clindro graduatoPerché la lingua scritta non serve solo per le tipologie di tipo a, b o z del compito di maturità: nella vita reale si deve saper comunicare per iscritto in tanti altri modi. E la chimica è eccezionale per imparare a comunicare, perché nella stessa pagina dobbiamo saper padroneggiare mezza dozzina di lingue differenti: la stechiometria, la matematica, le formule di diverso tipo, le immagini, i grafici… oltre ad un italiano che sia al tempo stesso schematico e vivo. Non è il caso di scomodare Primo Levi per ricordare che quando un chimico diventa uno scrittore, di solito quel che colpisce è l’esattezza del linguaggio.

La seconda cosa interessante di una relazione di laboratorio è che è un documento di seconda mano, una rielaborazione che raccoglie, riordina, traduce in maniera organizzata tante informazioni che esistono già.  Già, ma dove esistono? O nella nostra memoria, o, in maniera più sicura, sul nostro quaderno di laboratorio e nella documentazione accessoria come per esempio fotografie o filmati.

Quindi, stiamo vedendo uno dei tanti motivi per cui è indispensabile ad un chimico tenere un quaderno puntualmente aggiornato, preso in diretta e mai corretto o elaborato successivamente: dobbiamo comportarci come se tutto e solo quel che possiamo sapere del nostro lavoro in laboratorio sia tutto e solo quel che sta scritto sul quaderno.  Mai fidarsi della propria memoria, e questo vale soprattutto per chi ha una buona memoria e quindi tende a fidarsene troppo.
Questo modo di lavorare non è indispensabile solo per un chimico: serve a un tecnico, a uno sperimentatore di qualsiasi specializzazione; ma per chi lavora in un laboratorio chimico è assolutamente essenziale.
Mentre il quaderno di laboratorio va compilato in diretta e, in seguito, magari commentato, ma sempre avendo la cura di distinguere i fatti dai commenti successivi, senza mai falsificare o ritoccare quello che è già stato scritto, una relazione è qualche cosa che si può (si deve?) scrivere e riscrivere, prima di consegnarla, e spesso capiterà che ci venga restituita con la richiesta di modificarla più o meno pesantemente per sistemare questa o quell’altra parte.
Un quaderno di laboratorio senza macchie e scarabocchi, troppo ordinato e magari infiocchettato, semplicemente non è credibile. Una relazione scarabocchiata e pasticciata invece è sgradevole e comunica disordine e poca attenzione.

scrivere una relazioneCi sono molti schemi che elencano le parti che deve contenere una relazione.  Non penso di inventare niente di nuovo, ma riflettiamoci attentamente, senza introdurre suddivisioni artificiose che potrebbero non bastare in una situazione ed essere inutilmente prolisse in un’altra.

Partiamo da una intestazione chiara. Voglio dire: nome e cognome, classe, materia, data, … in caso contrario, per chi la legge ora, o per chi la rivedrà in futuro (magari tu stesso per ripetere o sviluppare un certo lavoro) diventa piuttosto difficile rintracciarla e capire di cosa si parla.

E comunque è un chiaro segno di ordine mentale.

Poi, dovrebbe esserci un titolo o qualcosa di simile.  Il titolo potrebbe essere anche molto generico, per esempio “polimeri” o “laboratorio sulle fibre”, ma rischierebbe di dirci un po’ poco, se per esempio stai facendo un corso sulle fibre e per tutto l’anno parlerai solo di quello. Non deve essere però inutilmente prolisso, se no perde in chiarezza. Vogliamo provare a stare nei meravigliosi 140 caratteri di Twitter?

Di seguito ci dovrebbe essere un piccolo riassunto o descrizione generale.
Qui spesso salta fuori un pasticcio linguistico: nei documenti anglosassoni, di solito compare la parola scope.  Nel nostro inglese di Broccolino la troviamo spesso trascritta come scopo.

Peccato che… scope in inglese ha a che fare con la visione di una situazione, con una prima comprensione generale della faccenda di cui ci dobbiamo occupare: addirittura, indica il mirino di un cannocchiale o di un’arma. La parola viene infatti dal greco skopeo ed è collegata all’idea di visione esattamente come, in italiano, la ritroviamo in telescopio o microscopio.
Scopo, invece, in italiano sta di solito a indicare una intenzione, un fine da raggiungere, il che non c’entra assolutamente nulla.

esperienza comune in laboratorio chimicoLaonde per cui, a me è capitato tante e tante volte di leggere delle relazioni che, nel punto in cui in un documento anglosassone ci sarebbe scritto scope e poi un riassunto che fa capire in 5 secondi di cosa si parla, scrivono scopo e parte una descrizione etico-moralistica di buoni propositi, stile letterina a babbo Natale.
Non capita solo nelle relazioni scolastiche: purtroppo capita anche in documenti tecnici scritti da persone più competenti.  Di solito la motivazione è del tipo “mi han sempre detto di farlo, miocuggino m’ha detto che lui faceva così …” e, a questo punto, chiunque capisce il peso che dobbiamo dare a queste motivazioni: sono semplicemente un indice del fatto che la relazione è stata scritta senza pensare (appunto) a che scopo deve avere.

barattoli con reagentiUn elenco dei materiali e delle attrezzature utilizzate è sempre utile. Ma quante sono le cose che vanno elencate e con quale dettaglio? Per chi abitualmente svolge un certo lavoro, e sa che sia lui, sia chi legge la relazione sanno benissimo cosa serve e come lo si usa (per esempio: penna, matita, foglio di carta, becher, cilindro graduato, pc con stampante, …), non sarà necessario entrare nei dettagli (“ho usato una penna Bic nera quasi nuova e dotata del suo cappuccio originale…”), al massimo si potrà aggiungere un “… oltre alla normale attrezzatura di laboratorio, per il grafico ho usato anche la penna d’oca e l’inchiostro di china”.

Sarà invece molto importante capire, ad esempio, la classe di precisione di uno strumento, o se i reagenti erano di tipo “tecnico”, “per analisi”, “per HPLC in tracce” e simili.  Ogni indicazione utile allo scopo ricavabile dall’etichetta, tanto per dire.  Così magari chi la legge si accorge se hai smanacciato un NaCl puro al 99.99999% e che costa un euro al microgrammo, quando bastava il sale da cucina del supermercato.  E ti manda in miniera per ripagare il danno.

Da qui in poi, è abbastanza normale che le relazioni prendano aspetti e proporzioni piuttosto diverse, in funzione del lavoro svolto, del destinatario che le deve leggere eccetera.

segnale di pericolo genericoMa qui ci metterei sempre la parte più importante, e tristemente più trascurata: la valutazione dei rischi.  Perché la sicurezza deve essere la prima cosa di ogni lavoro (e la seconda, la terza e pure l’ultima).
Che pericolosità hanno i vari reagenti?  Il minimo indispensabile è un elenco delle vecchie frasi R ed S, o oggi delle H e P.  Così poi giustifichi, per esempio, l’uso di un certo tipo di guanti (se hai usato quelli di lattice per un solvente organico, ti vedo male! Non è che devi chiedere all’ITP di rispiegarti da cosa e come ti protegge un certo DPI, e in quali casi sarebbe invece meglio non usarlo?)

Cos’hai fatto sul bancone aperto e cosa sotto cappa, e perché? C’erano fiamme libere o dispositivi assimilabili? Eccetera. Anche qui, limitandosi a quello che serve in funzione dello specifico lavoro: il rischio di caduta meteoriti di solito è trascurabile.

La parte descrittiva del lavoro e delle osservazioni, dove possibile, è conveniente sia sdoppiata, anche per facilitare la lettura da parte di chi vuole capire con maggiore senso critico lo svolgimento: per poterlo riprodurre, per capire dove ci possono essere stati degli intoppi o dove bisognerà fare dei miglioramenti, eccetera.

Diversa è anche la descrizione in funzione dello scopo del lavoro: se faccio per la prima volta una titolazione, racconterò della riga di Schellbach, di come cambia il colore con una o due gocce in più, e così via; se invece descrivo un lavoro complesso ed esperto, su un campione “reale”, potrebbe bastare “ho titolato con metilarancio”.

Mi viene in mente quella grande scuola di vita che era la naja: al CAR, per imparare, ti facevano scattare sull’attenti nel saluto pure di fronte al caporale; quando poi lavoravi allo Stato Maggiore, se entrava un capitano bastava un “buongiorno” e ti alzavi a salutare solo il generale… non so se ho reso l’idea.

Allora: descrizione del lavoro svolto.   Rileggendo la bozza della nostra relazione, quando la rivediamo prima di consegnarla, dobbiamo verificare se ci sono, più o meno estesamente, in maniera più o meno completa, elementi come i seguenti: una descrizione delle principali operazioni, con anche una sintetica indicazione dello scopo (stavolta nel senso italiano), quali materiali abbiamo impiegato nelle varie fasi, perché sono stati scelti; tempi, temperature, modi del lavoro, preparazione dei campioni, eccetera eccetera.

Dopodiché, osservazioni.  I materiali all’inizio si presentavano in un certo modo… durante il riscaldamento hanno subito questa trasformazione… a queste temperature… in questo tempo (o almeno in quest’ordine)… si sono sviluppati dei vapori?… ci sono stati dei cambiamenti di colore?… puzzavano?… si sono incendiati?…

Basta un po’ di esperienza per capire che l’uso di tabelle, e possibilmente di grafici, è di una comodità mostruosa sia per riordinare in maniera chiara le osservazioni svolte, sia per poterle leggere e mettere a confronto con facilità.  Li hanno inventati proprio per quello.  Costruire una tabella, e a maggior ragione un grafico, è meno semplice di quanto sembri, ma non è poi tanto difficile.  E ha un valore spettacolare.

appunti di laboratorioL’ho già detto ma lo ripeto: descrizione del lavoro e osservazioni devono trovare esatta rispondenza a quanto indicato sul quaderno.  Se non altro, questo permetterà a chi corregge la relazione di andare a ricontrollare qualche punto che dovesse essere particolarmente interessante e/o di difficile comprensione.  Se una cosa non è scritta sul quaderno, non esiste.  E se non l’hai scritta, capisci che hai lavorato male e la prossima volta dovrai essere più attento.

A questo punto è importante fermarci a riflettere sullo stile del linguaggio: in prima persona o impersonale, distinguendo fra quello che è una procedura e quello che invece è la cronaca reale, e così via. Ma ne parleremo nella prossima parte.

 

Tratteremo anche tre aspetti rilevanti e sottovalutati che potremmo chiamare Le sconclusioni, Il quaderno di Dolores Umbridge e Ciò che fa testo.

 

antico laboratorio di chimica per esercitazioni

Una risposta a Come scrivere una relazione di laboratorio efficace (ma anche no)

  • Teresa Celestino scrive:

    Ho segnalato questo articolo, e il commento più frequente che ho ricevuto dopo la lettura è stato: “Wow!”.

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