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La Chimica:

insegnare a impararla imparare a insegnarla

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La spinta alla scrittura di questa lettera viene all’autrice della stessa da una profonda frustrazione.
L’incipit, mi rendo conto, non è dei migliori. Tuttavia, dopo che la cronaca ha, in tempi recenti, raccontato di situazioni grottesche in cui alcuni docenti si sono trovati a dover rispondere di danni causati da strutture manchevoli di sicurezza, al posto del personale preposto alla sorveglianza e tutela di tale sicurezza, ho deciso di partecipare i miei dubbi e timori con questo accorato appello.
Nel mio caso non si tratterebbe di danni strutturali di un edificio architettonicamente carente (come riportato in cronaca), o almeno non solo di questo, ma di possibili danni derivanti da “uso improprio di un laboratorio chimico”.

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I dubbi che mi sento in dovere di stimolare in chi mi legge sono i seguenti:
1) Quanto la scuola può essere accomunata ad un luogo di lavoro in cui si fanno “lavorazioni chimiche”, come ce ne possono essere in una istituzione in cui avvengono procedimenti conciari o galvanici o quant’altro?
2) Conseguentemente a ciò, quanto deve essere registrato e vidimato di tali lavorazioni (leggi schede procedurali) per ciascuna semplice, tranquilla, “esperienza di laboratorio”?
3) Perchè e come non fornire spiegazioni dettagliate, quando da noi richieste, su come poter redigere tali suddette “schede di sicurezza procedurali” ma stigmatizzare per scritto (lettere protocollate simili a procedimenti disciplinari) ogni piccolo errore o imprecisione di stesura?
4) Perché, e come, non fornire risposta a nostra richiesta di conoscere il numero massimo di alunni che possano accedere ad un laboratorio chimico di dimensioni non molto grandi, quando in classe si hanno anche 30 alunni?
5) Perché ci si debba accanire nel voler “detossificare” un laboratorio chimico, buttando via moltissimo materiale (pagato dalla scuola e quindi dallo Stato) anziché modificare l’assetto e le strutture dello stesso laboratorio, migliorandone sensibilmente la sicurezza? (A cominciare dalle porte che non sono a norma né per dimensione, né per costruzione né per materiale, che è legno!)
6) Perché considerare “pericoloso” tout court il laboratorio di chimica, quando ci sono anche altri laboratori nella stessa scuola (scienze e microbiologia) in cui si usano sostanze non necessariamente innocue?
7) Perchè, ma è superfluo dirlo, e come pubblicare Circolari chilometriche all’unico scopo di far ricadere sul docente ogni responsabilità di un eventuale incidente che si possa verificare in laboratorio?

Aggiungo un piccola perla: in laboratorio (quarto piano) spesso manca l’acqua ed in una delle Circolari di Istituto si trova scritto che si devono tenere di riserva delle bottiglie di acqua minerale, per la sicurezza, qualora servissero in caso di incidente! Ah! Di perle ne ho anche altre, tra le quali quest’ultima mi sembra forse la migliore. Il responsabile sicurezza per rendere più scenica e veritiera una prova di evacuazione ha simulato un incendio facendo accendere un fumogeno, peccato che la persona incaricata dell’accensione si sia ustionata nello svolgimento del suo dovere.

La mia domanda finale, poi, dato che siamo insegnanti, e per di più anche in compresenza con il docente di laboratorio ITP, è anche questa: se noi smettessimo di portare in laboratorio gli alunni (NOTA BENE: scuola di indirizzo chimico), a causa della ripetuta mancanza di risposta alle nostre richieste di materiali e apparecchiature e, ancor prima, alle nostre richieste di adeguamento delle strutture, potremmo essere forse anche puniti per un mancato adempimento al nostro dovere didattico?

Prego chi non si vergogna di dire che ama la chimica, e pensa che questa scienza si meriti il massimo rispetto, di rispondere al mio appello con qualche suggerimento pratico per la sopravvivenza.

4 risposte a Quando la “Sicurezza” entra nella Scuola non per migliorare la vita di tutti ma solo per “coprire certe spalle” dalle responsabilità

  • Giuseppina Amato scrive:

    sono un insegnante di un liceo classico di Palermo responsabile nell’anno in corso del laboratorio di chimica.
    Mi fa molto piacere il vostro articolo che mira a riportare l’attenzione delle scienze in una dimensione sperimentale,cosa che nel laboratorio della mia scuola si effettuava con regolarità,ma per rispondere al sig. Berliri, da quando la riforma Gelmini è entrata a regime nella scuola non è stato più possibile approfondire argomenti di chimica in quanto 1) abbiamo solo due ore settimanali per insegnare tre materie 2) il personale tecnico che dovrebbe coadiuvarci per la preparazione delle lezioni è sempre più disinformato del lavoro che bisogna svolgere in un lab di chimica e mette continuamente ostacoli per effettuare l’attività di laboratorio (sono propensi a lavorare solo in informatica)3),i responsabili della sicurezza addossano a noi docenti di scienze la sicurezza dei laboratori invitandoci a smaltire tutti o quasi tutti i reagenti e possedere solo zucchero e bicarbonato con una grossa limitazione nelle attività da svolgere 4) le regole che giustamente ha imposto la comunità europea per l’esercizio dei laboratori scientifici ( nuova etichettatura scarico e carico dettagliato di ogni sostanza,armadi di stoccaggio dei reagenti con costi proibitivi per una scuola,) non sono proporzionati al tipo di ‘esperienze che si fanno in liceo classico.
    Di conseguenza ,permanendo queste condizioni ,i docenti di scienze si trovano nell’impossibilità di effettuare attività di laboratorio utili per una conoscenza adeguata della disciplina.Tutto ciò è in netta contraddizione con quanto indicato nella riforma Gelmini.
    Si fa notare che gli alunni preparati con il vecchio ordinamento sono stati in grado di superare i test universitari .

  • Alfredo Tifi scrive:

    Cara Laura.
    Nella nuova scuola in cui mi trovo non solo gli spazi non sono adeguati alla numerosità dei ragazzi, ma ci sono particolari situazioni legate allo smaltimento (una vasca di stoccaggio che viene analizzata e svuotata due volte l’anno dallo smaltitore per evitare che anche una sola goccia proveniente dal lavandino vada allo scarico civile in fogna). In pratica non possiamo usare i lavandini dei banconi per far lavare agli studenti dei becher che hanno contenuto acqua e bicarbonato o stupidate simili, perché così facendo si accelererebbe il riempimento della vasca. Tutte le sostanze che usiamo devono essere pesate prima e dopo affinché vi sia corrispondenza tra i risultati delle analisi e il consumo di reattivi. Non avendo spazio per lo stoccaggio i reattivi devono essere ordinati man mano che si consumano. Infine, i recipienti per lo stoccaggio interno sono utilizzabili solo per contenere resti delle “lavorazioni” previste dalla programmazione. Quindi la mia didattica è legata all’etichetta del contenitore: analisi dei cloruri, acidimetria e alcalimetria. Questa la qualità questa la garanzia di sicurezza. Ne avrei abbastanza per mandare tutto all’aria e rinunciare al laboratorio, a meno di non portare ingredienti da casa e fare dolci. Eppure a scuola siamo tutti d’accordo che il laboratorio debba essere comunque fatto, e c’è chi è propositivo. Se mi conosci, scopri che sono uno che prende la lista delle sostanze, e si inventa mattina per mattina cosa fare. Sarei incompatibile con questo sistema, ma tu vuoi suggerimenti.
    Mercoledì, ad esempio, ho dato ai ragazzi la possibilità di progettare delle reazioni di precipitazione (ad imitazione di un video eccezionale bellezza che abbiamo visto insieme). Ho fornito la lista dei sali, ed hanno scelto sostanze diverse, alcune anche tossiche. Adesso abbiamo precipitati a base di rame e piombo da smaltire. Come fare? Di necessità si fa virtù. Trasformeremo tutto in metallo ed i ragazzi lavoreranno a questi casi nell’ambito delle reazioni di spostamento. Altre reazioni che propongono discuteremo insieme i rischi potenziali e i modi per prevenirli o evitarli del tutto, sempre imparando chimica. La mia filosofia è che la sicurezza deriva dalla conoscenza e dall’esperienza. L’applicazione di procedure non garantisce che studenti e insegnanti sappiano vedere cosa sta succedendo davanti ai loro occhi. Anzi, si aumenta l’overload percettivo e diventa ancora più difficile discriminare le possibili fonti di pericolo. Quel che ho imparato da Johnstone sul sovraccarico della memoria di lavoro in laboratorio si applica anche alla sicurezza. Non mi sono mancati esempi in passato in cui si pretendeva che i ragazzi scrivessero e leggessero tutto nei minimi dettagli prima di fare il laboratorio, secondo i criteri della qualità e poi nessuno, ITP compreso, si accorgeva di cose macroscopiche sfuggite alle minuzie delle procedure, proprio mentre accadevano davanti ai loro occhi. Quando noi stiamo in laboratorio dobbiamo avere un margine di memoria di lavoro e percettiva sufficiente per stabilire un contatto concreto molto ravvicinato con le cose sul tempo breve e, almeno noi insegnanti, dei buoni modelli microscopici delle cose che si verificano nei nostri reattori in vetro, e infine una discreta esperienza. Se durante la nostra esperienza di laboratorio avessimo seguito i criteri di qualità nella sicurezza, avremmo sterilizzato e buttato tutto. Non avremmo sviluppato nulla di tutto ciò che serve realmente. Saremmo rimasti con dei camici intonsi, studenti completamente teoricizzati, e la chimica la potremmo solo vedere su youtube.

    • Laura Capella scrive:

      Caro Alfredo,
      So bene di non essere l’unica nella mia situazione, ne tantomeno averne un primato, e d’altra parte conoscevo già in parte la tua situazione. Ho creduto opportuno, con il mio sfogo, portare a galla il problema in un ambito strutturato ed atto ad un dibattito che possa almeno cercare di essere costruttivo, perchè non mi interessa per nulla lo sterile piagnisteo, ma, da chimica, sono abituata a combattere ed a risolvere problemi. Non mi tranquillizza, anche se mi fa piacere sapere che il Consiglio dei Chimici, notizia di questi giorni, ” ha depositato una circostanziata denuncia alla Commissione Europea contro le nuove norme introdotte dal D.L. n. 91/2014 (ora L. 116/2014) in tema di classificazione dei rifiuti e attribuzione delle caratteristiche di pericolo. In essa viene contestata la lunare interpretazione del principio di precauzione, in base alla quale, quando i componenti di un rifiuto sono determinati in modo “aspecifico e perciò non sono noti i composti specifici che lo costituiscono, per individuare le caratteristiche di pericolo del rifiuto devono essere presi come riferimento i composti peggiori”. In base a tale interpretazione, potrebbe essere grottescamente considerato molto pericoloso il Cloruro di Sodio, come può essere appreso dal sito del CNS.
      A parte ciò, io una mia strategia l’ho già elaborata: mi sono messa per intanto ad estrarre oli essenziali dalle spezie di cucina e ne ho fatto un progetto scolastico denominato “Verso la green Chemistry….”, poi via via vedrò come proseguire nel corso dell’anno, probabilmente con l’utilizzo culinario di tali spezie! Tuttavia, quello che mi fa particolarmente male è sempre il fatto che tutto ciò che è chimica è brutto (quando invece la chimica è di una bellezza sconvolgente!) e che ciò venga detto in una scuola di indirizzo chimico, oltre al fatto che mi ero creduta di mettere a disposizione della mia scuola un discreto numero di competenze, per il suo miglioramento, e che tutto ciò è o ignorato o è addirittura avversato con una diffidenza oserei dire “tragicomica”. Però, quello che rimane di bello, nella nostra professione, è che se riesci a risvegliare l’interesse nei ragazzi, puoi fare laboratorio anche in classe, infischiandotene della mancanza di mezzi, anzi, forse, è proprio dalla mancanza di mezzi che l’ingegno viene acuito.

      • Laura Capella scrive:

        P.S. Aggiungo… Quando però una scuola rientra nella dicitura “Tecnico in chimica…” non è un po’ strano non poter fare quasi niente di tipo veramente “chimico”, e spiego: non una TLC o una prova di polarità e miscibilità perché esano, ottano e etere di petrolio sono stati dismessi, non un HPLC perché metanolo è dismesso e acetonitrile guardato con sospetto e non ce lo comprano, non …tante altre cose per i più svariati motivi.

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